La solitudine
isola-dei-conigli
+
Categoria: Gocce di
apr, 13, 2015

In questo numero, il secondo del mensile Agorà Giornale Telematico, rispondo a una domanda che mi è stata posta: “quali sono i disagi che con maggior frequenza i pazienti portano nelle sedute di psicoterapia”. Un preambolo da parte mia credo sia necessario: “sono contrario a qualsiasi etichetta assegnata ad una persona, per me quell’etichetta non mi fa sentire libero di vedere e stare con la persona”.

Di conseguenza: quando incontro pazienti,che dopo essersi presentati, immediatamente, presentano i loro titoli: ossia, parlano delle loro etichette, quelle che gli sono state assegnate e che li definisce, sono solito rispondere che quando sono seduti di fronte a me io vedo solo la persona e non mi interessa in quel momento l’etichetta ossia il titolo o la categoria di appartenenza. Detto questo, ancora oggi a distanza di anni (questa naturalmente è una mia opinione), posso ancora affermare che, andando oltre le etichette ed oltre i traumi subiti dalle persone, quello che mi vivo sulla pelle abbondantemente (quindi che mi viene riportato in seduta) è: la solitudine.

La solitudine da Galimberti viene definita:” come condizione pisicologica che nasce dalla mancanza di significativi rapporti interpersonali o dalla discrepanza tra le relazioni umane che un soggetto desidera avere e quelle che effettivamente ha, le quali possono essere insoddisfacenti per la loro natura, per il loro numero, o per incapacità del soggetto stesso a stabilire o mantenere rapporti positivi e significativi con gli altri”.

Per Seneca la solitudine è cibo per lo spirito, Pasolini invece diceva che bisogna essere molto forti per amare la solitudine. Questa solitudine (ribadisco è la mia esperienza) accompagna la maggior parte dei pazienti in terapia. Le cause? Oggi possono essere tante. Fare una disamina sociale non mi compete, almeno, in queste poche righe. Posso tranquillamente affermare che lentamente ognuno di noi è diventato sempre più isola senza ponti per raggiungere le altre isole da cui siamo circondati. Paura? Insicurezza? Mancanza di comunicazione? Economia? Potrei fare una lunga lista. Cosa fare? Nel mio essere sognatore mi augurerei che ognuno di noi iniziasse ad aprire le porte delle prigioni asettiche che ci siamo creati, che iniziassimo a vedere gli altri, ad ascoltarli, che ritornassimo, pur nelle nostre paure, a essere comunità di persone.

Giuseppe Latte

Nessun commento